lunedì 4 febbraio 2013

Chocolat Chaud. E arancia.


Mannaggia a quella maschera viso. Melamangerei. Ma purtroppo la certificazione Peta non è garanzia di commestibilità. Mannaggia all’attesa, alle visite, ai vaccini. Ma alla fine ben vengano pure. Perché, senti come suona bene: va-do-a-vi-ve-re-a-du-bai. Mannaggia al gin lemon che fa ingrassare, ma se avessi un bancone qui, ora, uno lo vorrei. Mannaggia mannaggia manngaggia al carnevale. Però in effetti, guarda come sembra faigo sto duemilatredici-mascherato-da-futuro. Per ora. Mannaggia ai saldi al settanta percento se praticamente non c’è più nulla da saldare. Mannaggia, ma quante persone faighe ho già conosciuto quest’anno? Aspetta, che mi tocco le tette. Non può essere tutto vero. Mannaggia al mio nuovo workout, mi fa male tutto e cammino come gli zombie che hanno perso ogni speranza di resurrezione. Però, no pain no game. Mannaggia a me e ai miei nonsense. Ma, proprio, non posso farne a meno. Vado a togliermi la maschera, che comincia a pizzicare. 

domenica 20 gennaio 2013

Vegan Baking


I must admit I’m always kind of afraid when I bake something which is going to be vegan. Because I am very bad at vegan baking. Give me some lentils and I’ll make you a pretty tasty lunch. Give me some chickpeas and you’ll enjoy your dinner. Give me some flour, sugar, soymilk and baking powder and I’ll make a disaster. Anyway, it seems this time I did it. And everybody is still breathing.



I rarely plan to bake something vegan. It’s just a matter of madness, such as writing indeed. I just go nuts and bake something vegan. Here and now, cause I feel like doing it. And so I did yesterday, during a boring-raining-Saturday-afternoon. After a week-long job-hunting-waiting-game (this is the biggest nonsense ever, but I still love writing nonsenses) which resulted in another-two-or-three-or-four-or-five-and-maybe-six-weeks-long-waiting-game (told you I love it!!!) I decided I was sick and tired to wait and I opened my fridge in search of I-don’t-know-what. And I found inspiration. Carrots. And then I thought ai em crezi, oh yes ai em. I put on Tinariwen and mixed few things together. Flour, cane sugar, c  a  r  r  o  t  s , soy yogurt, vanilla, baking powder. And oil. Olive oil.

After an hour or so I just found out my crazy tryout was standing on the table. Yes: the-cake-is-on-the-table. And I’ll probably have my breakfast ready for the rest of the week. That’s all. And this is probably not going to happen again. Because my vegan cakes usually don’t like standing. Goodnight.

Italian translation: ho fatto la figa, ho postato in inglese. Potrei tradurre, ma non c’ho voglia. Anche perché c’è ben poco da tradurre. In sintesi: ho fatto la torta Camilla, vegana e a forma di ciambella. È rimasta in piedi e sono ancora tutti vivi. Una notiziona, lo so. Buonanotte. 

giovedì 17 gennaio 2013

Sushi.



È come fare un’indigestione di: orsetti-gommosi-quando-eri-bambina (oravelilasciotutti -sapestedicosasonofatti), musica figa (nonentronelmerito), libri belli (avoilascelta) e tutto-quello-che-mi-piace. Insomma l’apoteosi del gusto. Di quel gusto che nutre e appaga, però, non solo le papille gustative. Ma io l’ho scoperto solo da poco.

Segnali chiari li ebbi in realtà anni fa, quando provai per la prima volta –apprezzandolo parecchio- il sushi, salvo poi abbandonarlo dandomi alla tempura, per una scelta da molti definita masochista (ma-come-fai-a-privartene-se-ti-piace), da altri esagerata (epperò-dai-almeno-ogni-tanto) e da me semplicemente scelta. Il sushi mi piacque assai, comunque. E, fino a poco tempo fa, ha vissuto nei miei ricordi come un cibo raffinato, di quella raffinatezza finta e proibita di cui godono nei miei ideali molte altre cose solo apparentemente fighe: una per tutte, i mille ombretti scriventi di marche per me eticamente impronunciabili. Che se solo non portassero quel nome e millemila litri di paraffina al loro interno potrebbero godere di un posto privilegiato all’interno del mio beauty.

Comunque, per fortuna, una mente di certo più brillante della mia, mi ha fatto recentemente scoprire che il sushi non sembra figo. Il sushi è figo. E non perché ormai tutti lo mangiano destreggiandosi alla perfezione tra il tintinnìo delle bacchettine e le pagine di Murakami. Ma perché ciò che rendeva quella raffinatezza una raffinatezza a me proibita non è il fulcro del suo gusto. Insomma, io, come credo la maggior parte del mondo, il sushi senza pesce proprio non me lo immaginavo. E invece no. Lode dunque all’alga Nori che ha restituito alle mie papille gustative la vera essenza di un piatto da me ormai catalogato come buono-ma-stronzo. Amen.


lunedì 31 dicembre 2012

La bella addormentata non porta calze nere




Il pubblico era lì tutto per lei, compresa me. Mi ci hanno portata, un regalo di Natale in anticipo, una serata diversa, elegante, mondana. Perché non hai fatto danza? Che il teatro ti si addice. Dai, fatti lo chignon. No, non hai ancora capito niente, ma comunque gradisco – e tanto -  il regalo. E mi faccio lo chignon.

E quindi il pubblico era lì per lei, per ammirarla, apprezzarla, applaudirla come da copione. Perché tanto lo sapevano già tutti che lei è una principessa.  Io, invece, ero lì per osservarla. E posso dirlo, la bella addormentata non porta calze nere. Non le porta sul palco, e forse non le porta proprio mai. La bella addormentata porta il tutù celeste e le calze bianche. Sta in equilibrio minuti interi, è agile, bella e sicuramente brava a scuola. È giovane e magra. È anche bassa, ma le punte dei suoi piedi sono fatte per elevarla all’infinito – secondo il pubblico – e per farla roteare come una trottola – secondo me. Però dai, è brava. O almeno credo.

Ma veniamo alle calze. Sono  b i a n c h e. E poi mi chiedi perché non ho fatto teatro. La calza nera è per me una sorta di credo, che supera la moda del momento e che merita una fedeltà pari a quella per lo skinny jeans scuro, amico inseparabile di molti stivali, zeppe, converse, decolleté o chi per loro. La calza nera è giorno e notte perché va bene con tutto. La calza nera è inverno, e a me piace così.

I collant bianco candido della bella addormentata le conferiscono l’aspetto principesco voluto. Lei è bella, aggraziata, piccola. Dolce. Lei è un confetto. Le sue calze raccontano di sbarre e specchi, di caviglie e piedi dolenti dolenti.  Le calze nere, quelle che dico io e per-come-le-vedo-io, invece, parlano di tutt’altro. Parlano di tutto-un-po’. Tipo: piedi dolenti perché suitacchichecivaiafare, di pioggia inaspettata e mosocazzitua, di datemi-un-martello checosanevuoifare? A dire il vero saprei pure cosa farmene. Di ma-perché-oggi-non-ho-messo-i-jeans?

Le calze bianche danno alla principessa forse qualche anno in meno di quelli che realmente ha. Sedici, dovrebbero essere e 4 i principi che la corteggiano. Ma lei, fa la splendida. Balla, sorride, tocca un fiore, si addormenta, balla ancora e dorme di nuovo. Si sveglia dopo 99 anni di sogni d’oro, le stesse calze, lo stesso chignon perfetto –chedelmioselarideacrepapelle- e qualcuno è già innamorato di lei. Ma come fai, principessa?

Io, sudo. Le calze, nere, fanno caldo e il coprispalle pure. Trattengo uno sbadiglio di troppo. Inizio ad abituarmi alla musica e a guardarmi intorno. Sono tutti o vecchi o marmocchi. Mi rigiro. Un principe biondeggiante bacia la principessa, la bacia quasi per finta. Ma comunque sembra che la baci. Allora, il principe ha: due metri di altezza, la muscolatura scolpita, capelli lunghi, biondi e occhi azzurri mi pare. E un gran bel culo. Oltre che calze bianche. Pure lui. E scintillanti, giusto per rendere l’idea.

Le mie calze nere, invece, si confondono con il buio della platea. Sono la storia della mia vita, meno che della mia infanzia, dove  qualcuno ha provato a farmele indossare bianche nel vano tentativo di farmi diventare una principessa. E la storia della mia vita non ha mai conosciuto principi né piroette, graziealcielo. Loro, invece, cominciano a roteare insieme, senza quasi sfiorarsi, ballando di un amore platonico che dura almeno un’altra mezzora. Poi comincia l’andirivieni dettato dagli applausi del pubblico in composto delirio. E poi, dicono, vissero tutti felici e contenti.

venerdì 14 dicembre 2012

Tribute to Brussels



Alla stazione dei treni, seduta su una valigia molto pesante, con un francese che mi parlava italiano: la mia little dirty Brussels l’ho salutata così. Alle quattro del mattino, assonnata, agitata, incuriosita e con in mano un biglietto per Londra. Avrei sentito una lingua diversa, ma la musica sarebbe stata la stessa: sta-gis-ta.


I miei ricordi di Bruxelles parlano anch’essi quasi tutti italiano. E sono fatti di birra, gauffres e sta-gis-ti come me. Cominciano con una ragazza, veneta, madonnaquantèmagra e chebbellisuoicapelli, che mi apre la porta e inizia a condividere con me la nostra ansia in comune: non abbiamo una casa. Non sapevo ancora che di lì a cinque giorni avrei condiviso con lei la cucina - onta, il mocho e la puzza di broccoli per casa. Excuse-moi cinderella.


Centocinquanta sfumature di grigio, nonodiatemiviprego, colorano il cielo di Bruxelles. Può essere grigio chiaro, grigio scuro, bianco-grigio, ma quasi sempre grigio è. Un manto grigio che ti nebulizza pioggia addosso in con-ti-nua-zio-ne. Pochi mesi dopo l’avrei rimpianta, quella pioggia, sotto i miei mille ombrelli distrutti under the storm a Bemi.

La Bruxelles che ho visto per cinque giorni alla settimana indossa giacca e cravatta e si sveglia presto alla mattina, che le riunioni cominciano at ten sharp, s’il vous plaît. E’ fatta si ascensori affollati e discorsi difficili, fatti da gente elegante seduta in cerchio. Alta diplomazia, la chiamano, e in teoria sono andata all’università per imparare come funziona. La Bruxelles che ho mangiato a pranzo la ricordo con piacere, quasi come il momento più atteso della giornata, anche perché al Justus Lipsius il menù vegetariano è niente male.

La Bruxelles del weekend, invece, mi ha spedito in giro per l’Europa, al freddo di Anversa e di Gand, mi ha invitato a varcare i confini francesi e a ricordare le mie sbronze erasmusiane, a Maastricht, per un giorno. La Bruxelles del weekend è sporca, pericolosa e ubriaca. Sa di frites e di kebab, ma se guardi bene c’è anche il libanese e l’etiope: entra, non te ne pentirai. 


La Bruxelles che ricordo è stata anche un po' ansiosa, perché il futuro albionico faceva paura. Non è stato così male, invece, ma comunque tornerò.

domenica 9 dicembre 2012

La Redécouverte



Non è stato esattamente così raffinato ed elegante come dirlo in francese, ma, in dieci giorni di pigrizia domestica, ho ri-scoperto parecchie cose, tra cui il tè verde alla vaniglia (comeavevofattoadimenticarlononloso), il mio amore cieco e incondizionato per la Cermania-pronunciata-con-la-C (non l’avevo dimenticato, ma di certo non più coltivato, mannaggiallareginamannaggia)e che se avessi studiato anche il francese sarebbe stata cosa buona e giusta.

Mi sono quindi ritrovata, innanzitutto, complice il gelo e quel cielo grigio che manco ad Albione, ad impregnare le pareti domestiche di profumo alla vaniglia. E mi sono tornate in mente parecchie cose tipo la fase redazione-disperata-della-tesi-triennale dove niente e nessuno mi rendeva più forte di un té. Che fosse verde alla vaniglia, appunto. Mi sono ritornati in mente anche il tè bianco al gelsomino, il te verde cinese e la tisana all’arancia e cannella: madovèchelicompravo?

Ho sorseggiato, larveggiante, la bevanda per pomeriggi interi, buona parte dei quali trascorsi ad ascoltare compulsivamente, a-mo-di-back-street-boys-a-quattordici-anni, le langsam gesprochen nachricten che la Deutsche Welle online propone agli asini-aspiranti-crucchi come me. Le notizie langsam gesprochen, pronunciate lentamente, mi hanno fatto ricordare quanto figa fosse la voce del giornalista. E che, se andavo così bene in tedesco, un po’ era anche grazie a lui, che però disicurononsepòguardà.

Ancora sorseggiando, mi sono riconciliata anche con le newsletter dimenticate nella cartella di posta ricevuta della mia email. Quelle che continuano imperterrite a proporti il lavoro dei tuoi sogni, che però nei tuoi sogni rimarrà perché è essentiel que vous avez une bonne connaissance du français. Vado a fare il tè e comincio da qui: Le fabuleux destin d'Amélie Poulain. En français. 


lunedì 3 dicembre 2012

Bye-bye Bemi Bemi bye Bemi Bemi bye-bye


La vecchia Albione la saluto così, all’improvviso, sconvolta, spettinata, infreddolita, un po’ impaurita. Bye Bye for good, Bemi ho pensato, salendo di fretta sull’aereo. Ma in fondo chi lo sa, ho ri-pensato, sconsolata, alle prime noie domestiche. Odi et Amo è il titolo che potrei dare alla mia esperienza British. Ho amato e odiato: cose, persone, cibi, modi di fare e modi di vivere. Modi di cucinare. Di parlare.

Della grigia Bemi non dimenticherò mai le nuvole, appunto. Nel cielo e nella faccia della gente. Spesso, anche nella mia, così, perché sono addictive, come il gusto delle crisps. Le nuvole si contagiano a Bemi e non è colpa di nessuno. Non dimenticherò il profumo del curry nelle strade, mentre preferirei dimenticare quello del fish and chips. I noodles, i veggie burgers e le chips-senza-fish, mi hanno fatto tanta compagnia, così come chi li ha mangiati con me. Non dimenticherò mai i marciapiedi scivolosi, i miei piedi bagnati e le scarpe rotte, non una, ma almeno tre volte. Così come gli ombrelli.

L’Inghilterra è stata un continuo raffreddore, una continua allergia a quella moquette polverosa e un continuo detestare i broccoli stracotti con la gravy sauce sopra – macometipermetti. I piatti vanno risciacquati e le persone si salutano: ma loro, non lo sanno. Il  b u s    r e p l a c e m e n t   s e r v i c e: non è vero che i treni stra-funzionano in Inghilterra. E non è vero che il tè è così buono: è esattamente uguale, con l’aggiunta del latte senza se e senza ma.

L’Inghilterra è stata un continuo cenare alle 7 anche quando potevi farlo alle 9, perché alla fine hai comunque fame e l’ultimo treno, se c’è, è alle 23 quindi deve avanzare il tempo per una birra. L’Inghilterra è stata un continuo parlare italiano perché, comunque, gli inglesi dov’è che sono? E poi, diciamocelo, io il brummie non lo capirò mai. In Inghilterra ho avuto sempre freddo, e sempre qualcuno che mi diceva: ma è incredibile, siamo a luglio, o a settembre o caspita però è già novembre. Ho avuto sempre fame, ma sempre qualcuno che aveva fame con me al prossimo chips shop. Ho avuto sempre di che lamentarmi e sempre qualcuno che giustificava le mie lamentele. Ho usurato skype e le email, ho dimenticato i guanti ovunque.

Dell’Inghilterra ho adorato i viaggi-quando-il-treno-è-puntuale, i bus-low-cost-che-ti-portano-a-Londra-finalmente, ho adorato Liverpool e cantare love-me-do per ventiquattrore ore di seguito. Ho amato i libri usati di Oxfam e il cd dei Pink Floyd all’improvviso. Ho apprezzato il-sabato-in-casa-quando-fa-freddo e il ritardo del treno quando era la compagnia più azzeccata del momento a doverlo prendere. Ho apprezzato la cassiera giamaicana che domanda cosa ci fai qui e il collega che ti chiede ma alla fine tu il latte nel té ce lo vuoi o no? Grazie, no.