giovedì 7 marzo 2013

Tragicommedia



Sono mesi che vivo nell’attesa. Prima di tornare a casa, poi di riandarmene. Me la sono organizzata bene l’attesa, però. Ho riordinato i miei libri e pure i miei vestiti, almeno due volte. Ho fatto addirittura il cambio di stagione. Chemmenefarò, ancora non ho capito. Ma a me piace così.


Nel frattempo ho provato a fare un sunto.
Nell’ultimo anno-e qualcosa ho:




Bevuto tè e birra con mezza Europa. E stento a trarne le conclusioni
Preso treni per mezza Europa. Mi hanno conciliato il sonno e le paranoie
Mangiato. Molto bene o molto male. Ma comunque molto
Fatto e rifatto le valigie. Erano sempre troppo pesanti
Fatto shopping. Vedi sopra
Fatto foto. Con la fotocamera del  d i p l o m a
Coltivato passioni clandestine. Almeno due
Condiviso letti e confidenze. Acqua in bocca
Ballato. Sopra i tavoli o a piedi nudi
Letto più blog che libri. E non me ne compiaccio


Seduta dal dottore, per sdrammatizzare sulla natura del veleno che stava per essermi iniettato, ho riordinato le riviste. Una cosa con cui non riesco proprio a convivere è il caos intorno a me. Perché non concepisco alcuna attesa che prenda le sembianze di precarietà.



sabato 2 marzo 2013

Tweet&Shout


No ma checculo, mi sono detta qualche giorno fa    quando, svegliandomi all’alba senza un motivo preciso ho twittato, ancora una volta senza una ragione precisa, le parole di cui sopra. No ma ve lo immaginate uno che twitta e urla? Macchesfiga. Però poi in effetti ci ho pensato e a dire il vero, twitter mi sembra un po’ anche questo. Mi sembra, a volte, un covo di gente incazzata che urla. Ma davvero! Spesso e volentieri ogni tweet ha un suo bersaglio: se stessi, il mondo, la politica, un ammmmore, che sia esso tormentato, finito o mancato. Ma c’è spesso un’incazzatura di mezzo. Un’incazzatura spesso ironica, divertente e per questo piacevole da leggere. Cioè è una figata, altro che feisbuc. Voglio dire leggere la gente incazzata, depressa, annoiata su feisbuc mi fa venire il latte alle ginocchia. Perché su feisbuc non hai un limite così ristretto di caratteri e l’incazzatura in atto diventa ben articolata, noiosa e dunque illeggibile. Twitter invece rende l’incazzatura artistica. Hai 140 caratteri: devi essere un’artista. Quindi gente, twitta che ti passa. Ciao.
















domenica 17 febbraio 2013

Di gatti e frange


Sono nata con la frangia, ma non si vede. E il mio migliore amico immaginario è diventato un gatto, da quando i miei vicini, o presumibilmente i loro cani, mi hanno fatto desistere dall’idea di adottarne un altro ancora. In cima alla mia wishlist delle cose-praticamente-impossibili-da-fare/avere-assolutamente-primaopoi non ci sono crocere/uomini-strafighi/tacchi-vertiginosi/autografi-di-chicchessia. Ci sono una frangia e un gatto.

La storia della mia vita è una storia di amore e odio per i miei capelli. Li ho sempre odiati e amati alla follia, senza vie di mezzo, senza pacifiche convivenze. Da piccola li odiavo e punto. Soprattutto quando chi-per-me decideva che quel giorno avrei dovuto avere la cipollina-patatina-pucci-pucci-miao-miao. Maccheddolore, limortaccitua! Da adolescente ero l’anti-volume per eccellenza. Non esisteva capello sciolto che non fosse ingelato, spumato o quello che vuoi. E la riga in mezzo, mi raccomando. Solo quando hanno minacciato la metamorfosi definitiva ribellandosi ai 210 gradi a cui ho deciso un giorno di sottoporli, ho iniziato ad amarli sul serio. Come quei maschiacci che ti stracciano e poi tornano quando tu invece te ne vai. Ecco, io sono tornata e loro mi hanno perdonata, dopo tipo un anno di fedeltà incondizionata. Però il mio sogno proibito, rimarrà sempre la frangia, di quelle belle folte e non a mezza fronte, grazie. Di quelle che la parrucchiera mi compatisce sorridendo ogni volta che ma-sei-sicura-che-non-ci-possiamo-fare-nulla?Di quelle che quando fa freddo ti coprono e quando fa caldo soccazzitua. Di quelle che ti nascondono il brufolo figlio della serata-film-cibo-spazzatura appena trascorsa, per intenderci.

Per il gatto, invece, credo di poterci fare qualcosa in più. Non per ora e non per un bel po’, forse. Ma prima o poi, magari. Di gatti ne ho avuti, più di uno. E sono sempre spariti, tutti. Quindi ho deciso di smettere. Ma coi mici condivido parecchie cose. Peccati di gola, accidia, pigrizia ci accomunano. Perdiamo peli-capelli ovunque e con grande orgoglio. Ci facciamo amare o odiare - spesso odiare. A volte, graffierei pure in faccia alla gente che mi sta antipatica come i gatti, se solo avessi le unghie. Con i gatti ci convivo pure bene perché il mio spezzatino glielo lascio tutto. Ci piacciono i grattini e facciamo le fusa al cuscino con molto piacere. Ma il cane del vicino non era d’accordo. A fra qualche casa, quindi. E buona giornata mondiale del gatto.


venerdì 8 febbraio 2013

L’EKeganza dei ricci


We are please to inform you that we have obtained the final approval on your application. E poi l’errore di battitura in chat, che mi da l’idea malefica. L’EKeganza dei ricci. I ricci. Dei miei ricci che ne sarà, con tutti quegli chignon? E il rosso? Il rosso mi donerà? Il ros-set-to rosso. Il fondo-tinta. Please put some concealer on, mi raccomando. Ho già idealmente speso i miei primi due e forse tre stipendi. Caro kindle, tu sarai il primo. Avrò una nuova macchina fotografica finalmente. E no, non ci fotograferò me stessa riflessa allo specchio. Avrò un lavoro, capito? La-vo-ro. E girerò il mondo. Il mon-do. Vedrò il mondo in modalità mordi-e-fuggi. Ma comunque lo vedrò.

Pensieri random mi affliggono più del solito. Mi addormento sempre più tardi o se mi addormento presto mi sveglio nel cuore della notte. Felice, entusiasta, impaziente. Preoccupata. A volte, molto preoccupata. Ma comunque va bene. È una sensazione me.ra.vi.glio.sa. Hai presente quando vai sottacqua e tocchi il fondo. Poi lentamente risali in superficie e i polmoni vogliono scoppiare. Apri la bocca e respiri. Non scoppiano. Ecco, io ora sto così. Sono stata sottacqua per un po’, mi stavo dimenticando di respirare. E sapete già che succede a non respirare.

Comunque, devo imparare a fare molte cose, da qui ad aprile. La geografia, devo ripassarla. Devo dimenticare il brummie e rispolverare un inglese più decente. I miei capelli, devo imparare a domarli in chignon perfetti. Devo abituarmi a stendere bene il fondotinta e trovare il mascara della mia vita. Devo imparare a non avere orari e in questo la mia insonnia mi aiuta. Mi è addirittura venuto in mente di provare a cimentarmi in arabo. Ma questo non sono obbligata a farlo. La cosa più difficile: devo abituarmi a usare i collant trasparenti. Al caldo, al freddo. Sempre. Addio calze nere, è stato bello. E in valigia vi metterò comunque.


lunedì 4 febbraio 2013

Chocolat Chaud. E arancia.


Mannaggia a quella maschera viso. Melamangerei. Ma purtroppo la certificazione Peta non è garanzia di commestibilità. Mannaggia all’attesa, alle visite, ai vaccini. Ma alla fine ben vengano pure. Perché, senti come suona bene: va-do-a-vi-ve-re-a-du-bai. Mannaggia al gin lemon che fa ingrassare, ma se avessi un bancone qui, ora, uno lo vorrei. Mannaggia mannaggia manngaggia al carnevale. Però in effetti, guarda come sembra faigo sto duemilatredici-mascherato-da-futuro. Per ora. Mannaggia ai saldi al settanta percento se praticamente non c’è più nulla da saldare. Mannaggia, ma quante persone faighe ho già conosciuto quest’anno? Aspetta, che mi tocco le tette. Non può essere tutto vero. Mannaggia al mio nuovo workout, mi fa male tutto e cammino come gli zombie che hanno perso ogni speranza di resurrezione. Però, no pain no game. Mannaggia a me e ai miei nonsense. Ma, proprio, non posso farne a meno. Vado a togliermi la maschera, che comincia a pizzicare. 

domenica 20 gennaio 2013

Vegan Baking


I must admit I’m always kind of afraid when I bake something which is going to be vegan. Because I am very bad at vegan baking. Give me some lentils and I’ll make you a pretty tasty lunch. Give me some chickpeas and you’ll enjoy your dinner. Give me some flour, sugar, soymilk and baking powder and I’ll make a disaster. Anyway, it seems this time I did it. And everybody is still breathing.



I rarely plan to bake something vegan. It’s just a matter of madness, such as writing indeed. I just go nuts and bake something vegan. Here and now, cause I feel like doing it. And so I did yesterday, during a boring-raining-Saturday-afternoon. After a week-long job-hunting-waiting-game (this is the biggest nonsense ever, but I still love writing nonsenses) which resulted in another-two-or-three-or-four-or-five-and-maybe-six-weeks-long-waiting-game (told you I love it!!!) I decided I was sick and tired to wait and I opened my fridge in search of I-don’t-know-what. And I found inspiration. Carrots. And then I thought ai em crezi, oh yes ai em. I put on Tinariwen and mixed few things together. Flour, cane sugar, c  a  r  r  o  t  s , soy yogurt, vanilla, baking powder. And oil. Olive oil.

After an hour or so I just found out my crazy tryout was standing on the table. Yes: the-cake-is-on-the-table. And I’ll probably have my breakfast ready for the rest of the week. That’s all. And this is probably not going to happen again. Because my vegan cakes usually don’t like standing. Goodnight.

Italian translation: ho fatto la figa, ho postato in inglese. Potrei tradurre, ma non c’ho voglia. Anche perché c’è ben poco da tradurre. In sintesi: ho fatto la torta Camilla, vegana e a forma di ciambella. È rimasta in piedi e sono ancora tutti vivi. Una notiziona, lo so. Buonanotte. 

giovedì 17 gennaio 2013

Sushi.



È come fare un’indigestione di: orsetti-gommosi-quando-eri-bambina (oravelilasciotutti -sapestedicosasonofatti), musica figa (nonentronelmerito), libri belli (avoilascelta) e tutto-quello-che-mi-piace. Insomma l’apoteosi del gusto. Di quel gusto che nutre e appaga, però, non solo le papille gustative. Ma io l’ho scoperto solo da poco.

Segnali chiari li ebbi in realtà anni fa, quando provai per la prima volta –apprezzandolo parecchio- il sushi, salvo poi abbandonarlo dandomi alla tempura, per una scelta da molti definita masochista (ma-come-fai-a-privartene-se-ti-piace), da altri esagerata (epperò-dai-almeno-ogni-tanto) e da me semplicemente scelta. Il sushi mi piacque assai, comunque. E, fino a poco tempo fa, ha vissuto nei miei ricordi come un cibo raffinato, di quella raffinatezza finta e proibita di cui godono nei miei ideali molte altre cose solo apparentemente fighe: una per tutte, i mille ombretti scriventi di marche per me eticamente impronunciabili. Che se solo non portassero quel nome e millemila litri di paraffina al loro interno potrebbero godere di un posto privilegiato all’interno del mio beauty.

Comunque, per fortuna, una mente di certo più brillante della mia, mi ha fatto recentemente scoprire che il sushi non sembra figo. Il sushi è figo. E non perché ormai tutti lo mangiano destreggiandosi alla perfezione tra il tintinnìo delle bacchettine e le pagine di Murakami. Ma perché ciò che rendeva quella raffinatezza una raffinatezza a me proibita non è il fulcro del suo gusto. Insomma, io, come credo la maggior parte del mondo, il sushi senza pesce proprio non me lo immaginavo. E invece no. Lode dunque all’alga Nori che ha restituito alle mie papille gustative la vera essenza di un piatto da me ormai catalogato come buono-ma-stronzo. Amen.