mercoledì 30 ottobre 2013

Non lo so.

Ma quanto pesano, i dubbi?

Oggi ho fotografato un tramonto dopo un po' di tempo. E per farlo ho dovuto appoggiare la busta che portavo in mano. Poi l'ho ripresa e ho pensato, ma quanto pesa? La stessa cosa succede con i dubbi, ma non te ne accorgi, finché non li appoggi, almeno per un attimo. Per una notte, per esempio. E provi a trarre delle conclusioni.

Io sono fatta di carne, ossa, capelli ricci e dubbi. Mangio frutta, verdura, cereali e confusione. I legumi li sto un po' dimenticando, ultimamente. Sarà che ci vuole troppo a cucinarli e quelli in barattolo, lo sapete.

I dubbi invece, non sono mai in barattolo. Sono sempre di ottima qualità, di quelli che non è semplice lasciarli al posto loro, in scaffali polverosi. Sono ben elaborati, come romanzi, piuttosto che cruciverba. Sono quasi un passatempo.

Il tempo, poi. Continua a passare senza rallentare nemmeno un po'. Non ha ne tramonti da fotografare, ne dubbi da pesare. Praticamente ieri-di-qualche-mese-fa sono arrivata per la prima volta, spettinata e accaldata in Asia. Stanotte invece sono tornata a casa, sempre spettinata, e ho avuto il mio primo brivido nel deserto. Lo sapevo, che chi mi diceva che farà solo un po' di freschino più in là sottovalutava le mie doti da freddolosa incallita. 

Ma non è che la cosa mi dispiaccia. 

lunedì 14 ottobre 2013

Sunrise

Un bicchiere di latte di quinoa. Addio, soia.

Ora che non fa fresco ma si respira posso permettermi di lasciare la finestra aperta.
Il cielo a quest'ora è sempre un po' pallido-deserto, ma con i mesi sta imparando a prendere un colorito via via più rassicurante.



Sono giorni di albe, piuttosto che tramonti. Di sacrosante colazioni e cene saltate perché il sonno ha la meglio. Ma va?! Il sonno è una brutta bestia, come l'ammore. Arrivano quando tu non li vuoi. O meglio, quando non è che ci stai proprio proprio pensando, ecco. 

L'Asia è sempre più una droga, così come i noodles. Non riesco più a farne a meno. Sono talmente eretica che ormai apparecchio con le bacchette, piuttosto che con le forchette. Il Sud Africa e il Giappone continuano a essere un miraggio. 

Il jet lag sta diventando un vizio, una concessione, una coccola.
Non scrivo più, infatti, perché ho troppo sonno.

Tranne all'alba, appunto.


giovedì 5 settembre 2013

Rue de Grenelle, 7.

Gli ho dedicato gli stessi dedizione, ammirazione, battiti di cuore, attesa e sorpresa, che-bello-che-bello-sono-proprio-qui che ogni bravo-turista-come-si-deve avrebbe dedicato alla Tour Eiffel o, che so io, a Montmartre.

Arrivo a Parigi, mollo le valigie e io vado al numero sette di Rue de Grenelle, ci vediamo domani. Invece mi seguono in tre ignare dei miei capricci letterari, ma consapevoli del vino e delle frites  che li avrebbero seguiti.


Al numero di sette di Rue de Grenelle René e Paloma si sono incontrate, hanno parlato, condiviso libri, tazze di té, insicurezze, paure e la loro visione unica del mondo. Mi hanno fatto ridere da morire e sentire molto ignorante. Grazie al numero sette di rue de Grenelle ho scoperto il té, il sushi e la cultura giapponese. Ah, e di Kakuro mi sarei innamorata anche io, credo.

Al numero sette di Rue de Grenelle Muriel Barbery ha architettato un libro -anzi due- e una filosofia di vita. L' Eleganza del Riccio, un caso letterario. Estasi culinarie, molto meno mainstream, molto più leggero, un libro che chiede giustizia (leggetelo, dai - che vi fate una risata!). In ogni caso, uno stile geniale, che non smetterò mai di invidiare. L'apoteosi del buongusto, dell'ironia. Del narcisismo intellettuale e dell'ostentazione letteraria che, beata lei, si può permettere.

La conclusione di quest' unconventional Paris è che al piano terra del numero sette di Rue de Grenelle ci hanno piazzato un Prada. Ma lo sanno loro cos'è successo là sopra? Lo sanno cosa ne pensano del lusso René e Paloma? Gli avrei regalato un libro in originale, ma non l'ho trovato manco per me. Mi sono consolata con una passeggiata e un bicchiere di vino, fai due. E toh mi giro e c'è Nôtre Dame. Faccio due passi, fai quattro, mi rigiro e c'è la tour. Rendo gli omaggi dovuti e faccio la mia solita foto tutta di sbieco, come dice babbo. E da lontano, che la turista-per-bene l'ho fatta già anni fa, quando ero tutta crêpe e Amelie.














mercoledì 28 agosto 2013

Mi sembra.

Mi sembra così come me la immaginavo. 
Rossa, arancione e moka.
Anche un po' giallina.
Calda. Enorme.
Da vedere.

Mi sembra. Ma per ora è solo cresciuta in me la voglia di andarci. Come quando vedi i marcarons in vetrina ma non li compri, perchesontuttizuccheroecarie. E poi te li sogni la notte. Ma-fanno-male, dice mamma. Ma-li-voglio, dici tu.

L'Africa non mi sembra né zucchero, né carie. Anzi ci sono tutti gli zuccheri buoni della frutta. Il mango, le banane: quelli veri. Era papaya quella arancione? Non lo so, ma era molto buona. In ogni caso, lei, l'Africa, mi ha fatto lo stesso effetto dei marcarons, perché l'ho vista in vetrina.




Aeroporto, bus, albergo. Gente, tanta gente. Traffico e polvere. Per strada vendono di tutto, ma sopratutto mele e noccioline.

Ci avventuriamo per una passeggiata al fish market. Noi. Le Europee. L'attrazione del pomeriggio.
Mumbo Jumbo! Compra questo quadro, sister! L'ho fatto io e i soldi sono per i bambini orfani! Per te un prezzo speciale, sister! Torna dopo la tua passeggiata! Ciao bella, hakuna matata!
Ma allora lo dicono davvero?!
Solo se gli stai simpatico, ci spiegano.

Tramonto.
Cena. Giapponese.
Sì ho mangiato il sushi in Africa. 
Era l'unica cosa vegetariana. Sushi. Di avocado.
Siamo sempre a Dar es Salaam.
Passo e chiudo. E vado a letto.
Faccio un sogno, la mia vetrina.

Sogno di essere in un villaggio masai, non so come ci sono arrivata né perché. 
Ballano un ballo sardo, anche stavolta non so perché. E pregano che piova. 
Alla fine piove davvero e tutto diventa arancione e giallo come quando piove sabbia in Sardegna. 

Mi sveglio e c'è il gelo nella mia camera. Porto la temperatura a 26 gradi.
Sì siamo ancora a Dar es Salam. 
Io ho freddo.
Mumbo jumbo là fuori dipinge.
Chissà cosa fanno i masai.












sabato 17 agosto 2013

Kitchen

Atteggiarsi a scrittrici esperte, compagne di adolescenza e non solo, e scrivere un pezzo chiamato Kitchen alle sei della mattina.

No, è che ho i miei motivi anche io. 

E la mia cucina e l'insonnia sono le mie muse ispiratrici stavolta. Cavolo, oggi che potevo dormire un po' di più. Mammenomalechelayoshimotocè. Sì ho quasi ventotto anni e leggo ancora Banana Yoshimoto, soprattutto quando sono giù di morale.

Solo che a lei piacciono tutte le cucine, anche quelle sporche. A me no.
Con le cucine sporche io ci litigo.
Mi offendo.
Le ignoro.






La cucina sporca è la negazione di buona parte del mio tempo libero. Quello in cui ti svegli, jetlagged, e hai voglia di stare sola con il tuo tostapane. Il tè al gelsomino e la marmellata di pesche sono gli unici con cui sei in grado di comunicare. Perché non importa quanto poco rassicurante sia il tuo sguardo stamattina: loro sono sempre i più buoni.

La cucina pulita è frullato di banane e datteri a colazione, risotto ai funghi a pranzo e la vellutata di zucca per cena. Che domani provo anche a cucinare la pad thai, ignorando il fatto che senza la salsa tamarindo è come un piatto di spaghetti stracotti e poco conditi. Mannaggiame.

La cucina pulita è il mio caffè dopo pranzo che dura tipo tre ore. Silvia e Jessica mi raccontano le loro vite e i loro progetti. E io penso che nel mio prossimo giorno libero farò una torta al cocco, questa: http://www.food-t.com/2013/08/coconut-and-lime-cake-i-see-humans-but.html .Perché è vegana, mi sembra buona e ogni tanto anche io mi sento così come Agnese. I can see humans but not humanity.

Metto le news, parlano di Egitto.
Appunto.






lunedì 12 agosto 2013

Dall'altra parte del mondo.

Uno, due, tre, otto fusi orari e due valigie mi separano da casa. Dubai-Bangkok, fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta e buongiorno Sydney. O buonanotte? Di tanto intanto mi confondo.

Una signorina gentile mi conferma: buongiorno e benvenuta in Australia. Quando dicono dall'altra parte del mondo. Mi addormento perché il mio orologio biologico si trova ancora in medioriente. Mi risveglio dopo qualche ora e mi sento quasi in colpa.


Vado a ripassare quel pochino di Sydney che qualche settimana fa ho visto in modalità bianco-e-Nero-pioggia-a-catinelle. Questa volta  è tutto così azzurro, merito del sole e di quegli occhiali instagram-friendly che mi hanno presentato Sydney in modalità x-pro con contrasto elevato. Li tolgo e a dire il vero è tutto ancora più azzurro ma li rimetto perché il sole spacca le pietre e le mie pupille. Dicono che sia inverno ma ci sono 24 gradi. Indosso con piacere una sciarpa che però dopo un po' son costretta a togliere. Tentativo di inverno-senza-se-e-senza-ma fallito. Sarà per la prossima Londra.

Dall'altra parte del mondo è tutto così alto. Gli alberi, le case. Gli uomini. Sono alti e castani e fighi. Le ragazze sono alte anche loro, vestono sportive e fanno jogging a tutte le ore come se non ci fosse un domani. Boh. Ma poi mi ricordo che sono nel futuro, e quindi è già domani nonché weekend.



Sydney mi ricorda le belle giornate in Europa, ma in formato gigante. Le spiaggie sono un po' come io mi immagino la California, immensa, muscolosa e surfeggiante. Le strade invece sono un po' come le ho viste anche a Singapore o Shanghai. Ci sono occhi a mandorla ovunque. Pad thai e sushi te li tirano sui fianchi. I grattacieli sono di casa, fanno compagnia ai laghi, alle paperelle, alle famiglie felici. Ai fighi biondeggianti, alle ragazze in tuta. Io mi diverto a fotografarli al tramonto e alla sera. Per me sono il fascino colpevole della metropoli al buio. Buonanotte. Dall'altra parte del mondo.





lunedì 29 luglio 2013

Munich I love you back-to-back

 Gli sballottamenti arabo-tedeschi degli ultimi tempi insegnano che la vita è fatta di 33 gradi. Anche in Germania. Comunque vabbe, ho chiuso un occhio perché il primo amore non si dimentica. Con l'occhio che mi è rimasto, invece, ho osservato tutto ciò che potevo in questo breve mordi-fuggi-torna-e-rimordi. E poi fuggi di nuovo.

La ventata d'aria calda che mi ha accolto fuori dal portellone d'ingresso dell'aereo parlava un tedesco stentato quasi quanto il mio. Portava più un accento arabo, o mediterraneo, a seconda delle interpretazioni. Ma i miei dubbi sull'identità della nazione in cui mi trovavo sono stati cancellati quasi immediatamente dal gentile signore dal fare mitteleuropeo che, offrendosi di farsi carico della mia valigia, mi ha accolto così: willkommen nach München. Per ben due volte in una settimana.  
Della Germania mi ricordavo più che altro Berlino. E Berlino sta alla Germania come Londra sta all'Inghilterra. Monaco invece, ti presenta la Germania più autoctona. Quella proprio biondeggiante che beve birra e mangia pretzel e bratwurst. Freut mich. Hai detto bratwurst? Continuo ad adorare un paese che mangia bratwurst a tutte le ore. Io.iBratwurst.nonlimangerei.mancomorta. Ma per le strade di Monaco li vedi appesi ovunque. Ho provato a chiudere anche l'altro occhio, sopratutto perché il sole mi accecava. Ma poi ho capito che stavo camminando dal lato sbagliato. E mi è venuta in mente Milano: tenere la destra! Solo che qui non te lo scrivono perché non ce n'è bisogno, lo sanno tutti, fa parte del senso civico cruccheggiante che nessuno ti impone perché non ce n'è bisogno. Esagerati, però.


Comunque,oltre ai bratwurst, vedi ovunque anche le more e le ciliegie. Gli apple-chips te li lanciano sui fianchi, quasi quanto la birra e non c'è acqua senza bollicine. Water with gas, danke. Ah?! Comunque Le more le ho provate ed erano buone. Le ho mangiate in un tavolo imbandito con birra, Kartoffeln Salad e bla-bal-wurst-di-mille-tipi, tra gli sguardi divertiti di certa fauna biondeggiante. Entschuldigung meine Damen und Herren, ma io alle cinque faccio merenda.

Sotto il sole di Monaco ho osservato il tram sfrecciare ordinato e la metro passare puntuale. Le ragazze andare in giro vestite da bavaresi e i bimbi fare il bagno sotto la fontana. I signori anziani diventano rossi come i lamponi che nella bancarella stavano affianco alle more. Ma questo non è solo il sole, è anche la birra. Infatti anche quei ragazzi seduti all'ombra erano color porpora.

La cassiera al supermercato mi sorride ma non si sforza minimanente di rispondermi in inglese.
Allora mi sforzo io a blaterare qualcosa.
Non sorride più, ora se la ride proprio.
Chissà che le avrò detto.

Aufwiedersehen un Danke, München.
Ailaviu.
Back-to-back.